S come SOSTENIBILE

S come SOSTENIBILE

Se dico MODA, a cosa pensate? Quali sono le immagini che subito vi vengono in mente? Modelle che sfilano, vetrine luccicanti in cui i prodotti sono disposti sapientemente per attirare il nostro sguardo, redazionali fotografici dei più prestigiosi magazine nazionali e internazionali (Vogue, Harper’s Bazar, L’Officiel..), quella borsa che puntate da anni ma che è troppo costosa…. Immagini glamour che ci suggeriscono un mondo patinato fatto di frivolezze e lustrini, un luogo di evasione che rallegra e colora la nostra quotidianità. Questo è quello che appare, ma quale realtà si nasconde dietro a questa immagine splendida splendente? Quali sono i segreti di questo settore?

La verità è che non è tutto oro quel che luccica. L’originario bisogno di coprirsi per rispondere a oggettive esigenze climatiche, superato ormai da molti secoli, ha lasciato spazio alla necessità di vestirsi per adeguarsi a determinate correnti socio-culturali. Non per niente la parola MODA, deriva dal latino MODUS: regola, maniera, norma. Dunque la moda è da intendersi come modo (scusate il gioco di parole) per conformarsi al gusto dominante nella società in un determinato periodo storico. Fino a pochi decenni fa, le nostre nonne possono confermarlo, per seguire la moda si doveva andare dalla sarta del paese o del quartiere. Gli abiti che si vedevano sui magazine diventavano modelli di riferimento per creare capi su misura. Si sceglieva il tessuto, si faceva fare il cartamodello e, dopo qualche prova, l’abito era pronto. La moda era tutto tranne che fast. L’avvento della moda così come la conosciamo noi risale al secondo dopoguerra, quando in pieno boom economico, si iniziarono a produrre tessuti a basso costo per confezioni di massa destinate ad essere vendute in grandi magazzini o in negozi dedicati. Erano gli anni ‘60 e in quel preciso momento storico la moda diventava “pronta” per un consumo sempre più vorace di novità, necessario per adeguarsi alle correnti stilistiche imperanti.

In quel preciso momento storico l’industria della moda si preparava a diventare uno dei settori più inquinanti. Oggi, infatti, si stima che a livello globale il settore abbigliamento generi emissioni di anidride carbonica pari a un miliardo e 200 milioni di tonnellate all'anno: più dell'intero traffico aereo mondiale. Per i nostri abiti, la produzione (prima) e la "manutenzione" (dopo) costa enormi quantità di acqua, energia (anche per la depurazione della acque reflue, industriali e domestiche) e risorse non rinnovabili.

Un importante studio sull'impatto ambientale dell’abbigliamento redatto dalla Ellen MacArthur Foundation ha messo in evidenza le maggiori criticità del settore. Uno dei principali problemi riguarda il ciclo di vita dei capi, sempre più breve. La maggior parte di questi abiti è prodotta in Asia o comunque in luoghi molto lontani da chi li indosserà, e questo richiede un' enorme quantità di energia anche solo per il trasporto. Inoltre, ogni secondo che passa viene buttato via l'equivalente di un camion carico di vestiti, che finiscono in discarica o bruciati generando emissioni dannose. Molti indumenti comuni sono realizzati in tessuti sintetici derivati dalla plastica, impossibili da degradare dopo lo smaltimento, che ad ogni lavaggio rilasciano una grande quantità di minuscole fibre singolarmente invisibili e praticamente indistruttibili che prima o poi finiscono in mare.

Ma anche le fibre naturali o di origine naturale hanno un impatto importante sull'ambiente: ad esempio la produzione del cotone utilizza circa il 2,5% delle terre arabili del mondo e per la sua coltivazione sono necessarie enormi quantità di pesticidi, fertilizzanti e acqua. Per rendere l’idea basta leggere quanto riportato dal londinese Centre of sustainable fashion secondo il quale per realizzare una sola t-shirt di cotone servono 2700 litri d’acqua, ovvero il fabbisogno di una persona in tre anni di vita.

E questi sono soltanto alcuni degli allarmanti dati che devono spingere tutti i soggetti coinvolti a riflettere e ad agire per creare una moda che sia bella ma anche sostenibile, una moda responsabile dal punto di vista ambientale e sociale.

Ed è proprio sul concetto di moda buona che nasce SFASHION, fortemente voluto dalla designer e docente Marina Savarese e Guya Manzoni, consulente e organizzatrice di eventi e al quale abbiamo il piacere e l’onore di partecipare.

La S che precede la parola fashion riassume il manifesto di questo interessante progetto.

SLOW: Slow Fashion è un invito a produrre meno, in maniera sensata, senza seguire calendari imposti ed evitando pericolose rimanenze

SARTORIAL: La sartorialità come approccio produttivo. Manifatture, laboratori sartoriali e produttivi di filiera corta, maestranze locali. Artigianalità.

SOUL: Una moda che ha un’anima. SUSTAINABLE: La sostenibilità non è più un optional, è la base. [....] Una moda rispettosa, trasparente, che si muove in un’ottica circolare, strizza l’occhio allo zero-waste, si inventa processi virtuosi di recupero di materiali di scarto, gioca con l'upcycling e sfoltisce preziose rimanenze di magazzino.

SOCIAL: L’aspetto sociale prevede inclusione, relazione e connessione.

Questi valori, ben evidenziati dalle fondatrici, sono gli stessi sui quali fin dalla nostra nascita abbiamo puntato e che oggi ribadiamo con ancora più forza. 

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